Storie di fantasmi

Tokyo, parecchie migliaia di miglia fa, la lasciai con la promessa di tornare, una promessa da marinaio credo ormai, ché quel posto non é certo per me. La gente é nobile sí e sa leggere l’aria ma si fa troppi problemi e a non parlare il giapponese ti sembra di avere davanti una vetrina, di non essere lí, in quel momento, di guardare un documentario, senza sottotitoli. Ma non é stato tempo buttato, quello passato a vagare sul pianeta alieno, e una cosa sopra tutte m’é rimasta. Tra le lanterne rosse dei templi di Sensoji il tiraossa di Madrid me lo aveva detto, quella sera prima di andarsene, che non potevo starmene in giro cosí, vagare per il mondo intero senza una meta, mi aveva detto che mi sarebbe servito uno scopo nel mio viaggio altrimenti mi sarei perduto, alla deriva nel cosmo. E cosí fu.
Per la mia ultima cena a Tokyo Taka san, il veterano dell’ostello, mi offrí del tonno di Sendai, la sua cittá, morbido come le labbra di una donna, e assieme bevemmo una bottiglia del shochu migliore al mondo: ogni sorso un paesaggio di sapori, dolce e duro come un addio. Bevemmo ricordando le sbronze passate, gli udon freddi sotto la pioggia, il tatuato senza dito troppo ubriaco per fare a pugni – qui nemmeno della mafia ti devi preoccupare. Prima di andare gli lasciai una bottiglia di Soave e una cartolina di Verona – ne ho qualcuna con me, per le persone speciali – lui invece mi mise nella mano una bandierina del Brasile, il nostro amore in comune. “Vorrei tanto tornarci, e viverci, ma ora non posso, proprio non é possibile. Allora ti chiedo un favore: questo é il mio spirito, tu prendilo e portalo lá, mettilo sotto la sabbia in riva al mare.”
Missione compiuta Taka San. E adesso (due mesi e mezzo fa a dire il vero) inizia un’altra storia, ti tocca di nuovo di aggiornare i preferiti, perché me ne vado qui.

Senza via di scampo.

Male che vada, mollo tutto e mi apro un bar sulla spiaggia a <inserire nome di localitá esotica preferita>.”

Te piacerebbe, illuso. Quante volte ho sentito questa frase e sempre ho riso dentro me ma se prima il mio scetticismo era solo intuito, ora ne ho le prove: se tale é il tuo piano B, abbéllo, stai fresco. E non mi riferisco certo, o soltanto, all’ostilitá delle leggi internazionali in merito di immigrazione e nemmeno alla noia che ti assalirá dopo un mese di isolamento dal mondo conosciuto: cc’é dde peggio.

Potresti giá aver intuito che un business plan del genere non suona molto solido, che nasconde velatamente il fatto che di lavorare pur sempre si tratta e che gli affari possano andare male. E fidati: gli affari andranno male, e vivere sará un continuo inseguire la prossima opportunitá sullo sterrato della speranza, cercando di schivare le innumerevoli inculate che lo rendono tanto insidioso.

Potresti temere che non sia facile convivere con dei locali che un tempo furono cordiali ed ospitali, mentre ora non sono che ostili, falsi e pronti a metterlo nello sterrato della speranza ad ogni occasione. Come dar loro torto d’altronde: di odiarti ne hanno tutte le ragioni.

Sí, perché la cosa peggiore di un tale apocalittico scenario é il fatto che ti toccherá di avere a che fare con un mare di compatrioti, e tolte le solite rade eccezioni, saranno il peggio di ció che l’Italia ha da offrire. Vestiti come pagliacci, dalle sopracciglia curate e il duce nel cuore non potrai evitarli, né evitare se ti va bene i discorsi sul calcio o le barzellette sugli omosessuali, piú spesso le gelosie, i pettegolezzi, la falsitá. Sempre devi pesare le tue parole e al tempo stesso scordati di essere ascoltato: ognuno va sui propri binari e ti conviene parlare solo se interrogato. Preparati ad avere amici a palate, quando ci sará da scroccare cibo, favori, o indiscrezioni d’affari, e a cercare in internet film italiani piratati quando le cose ti andranno meno bene. Ma soprattutto preparati ad avere a che fare con passati foschi, occasionali precedenti penali e cocaina a tappeto, apparentemente condizione necessaria per vivere da espatriato. E a volte sufficiente per essere sparato per strada a Milano.

Prime cattive impressioni

Fortaleza non sarebbe neanche un brutto posto, vedessi cosa non hanno qui attorno, ma é un pochetto poverella e per questo non mi piace. Non che abbia nulla contro i poveri, contro la povertá piuttosto, o meglio la disparitá, ma diciamo che dove mancano le risorse la gente tende a impegnarsi in attivitá particolari che noi che andiamo troppo per il sottile amiamo chiamare illegali. Non che io voglia incolpare nessuno, é il corso naturale delle cose, ciononostante arrogo il diritto di volerne stare alla larga. Quando il tuo ostello é avvolto dal filo spinato elettrificato ti vien da pensare.

Ma la cosa che meno amo di Fortaleza sono gli italiani che vacanzieri o residenti la affollano, sicché ogni due metri ti puoi imbattere in posti come la pizzeria-ristorante “Masticazzi Madduepalle”, il cui proprietario – non me ne voglia – e la sua genía vorrei sapere estinti.

Eh perché qui come in Thailandia accanto ai semplici sognatori che c’hanno provato rimettendoci i risparmi e l’integritá c’é pure il peggio della loschezza italica. Individui dall’aria squallida che spesso e volentieri si concedono vizietti che a noi rompicoglioni piace definire illegali. Per non parlare dei tamarri. E ancora una volta qui come in Asia vallo tu a spiegare che questo miliardesimo pallido pelato ultratrentenne non é, o almeno non si sente, come quelli che troppe volte hanno visto.

Poi magari la gente di qui preferisce i visitatori della solita specie, sono piú spendaccioni. Io invece preferisco Rio, forse anche addirittura Sao Paulo, che l’é come una Milano senza Duomo. Tutto un dire.

Una musica dolce suonava soltanto per me.

Volare, o o, passare ore infinite cercando inutilmente di trovare una corrispondenza d’amorosi sensi tra l’anatomia umana e la perversa geometria di un sedile. Compagni, le compagnie aeree ci sono nemiche. Anche questa cosa dei posti, é solo una triste presa in giro: non mi interessa scegliere tra corridoio e finestrino, cosa vuoi che mi freghi, io voglio l’opzione posto gnocca, perché son mesi che viaggio accanto a vecchiotti o obesi ubriaconi. La probabilitá di un incidente in volo é estremamente bassa, ma nell’eventualitá é sempre meglio salire in paradiso aggrappati alle labbra di un angelo. Se non capisci la metafora intendo crepare limonando almeno.

Ma questi americani della United, quante ne sanno, devono aver installato a bordo qualche sensore telepatico, ché sul volo successivo a queste mie riflessioni, l’antipasto per Houston, mi sbattono in mezzo a due giovini hostess in trasferta e sulla portata principale per Sao Paulo accanto a Carol, bellissima, splendida, meravigliosa, magnifica, immaginifica attrice brasiliana. Ha ventiquattro anni e da un paio se ne sta a studiare a New York, pur sopportando male il mondo anglosassone e il suo ipocrita materialismo. Ama correre, lo yoga, l’imparare, odia lo shopping, riassume nel suo sorriso innocente tutto ció che di buono sta al mondo. Non me ne innamoro per caritá – é cosa che vi ricordo non mi succede dall’82 – ma mentre poi mi scorrazza sul suo enorme fuoristrada per le vie della cittá, sono rincuorato dal fatto che l’homo sapiens sapiens possa vantare esemplari del genere.

Una serata come tante.

Visto che in qualche modo il tempo a Las Vegas bisogna pur passarlo, mi concedo il lusso di andarmi a vedere uno show al Venetian, un posto cosí perplimente da non lasciarti quasi pensare quanto sia folle ricostruire la perla della laguna in mezzo al deserto del Nevada. C’é pure il canale, gondole incluse. Arrivo un po’ prima, un po’ tanto prima, non so, che faccio, mi faccio un giro per il casino va’. C’é un tavolo di black jack che mi attrae: la puntata minima son duecento dollari e un tizio da solo si sta facendo tre partite in una volta. E’ un indiano, sempre loro, bassetto panzetto e pelato, benvestito, della casta dei culi al caldo. Vince, perde, si scola un whisky dietro l’altro, da dietro una montagna di fiche dall’aria spavalda – “fisc” intendo, che avevi capito – ad occhio centomila dollari o giú di lí.

Si fa tempo di andare allo spettacolo: il Blue Man Group mi aspetta in zona poncho. Quel che succede mica te lo posso raccontare, ma ci sono momenti in cui la mente mi si spegne, e mi sorprendo a ridere come un bambino di due anni: sembra una delle solite cazzate da rimbambito, ma é cosí per davvero. In tutto il mio vagare un’altra volta soltanto m’é accaduto.

No, altre due.

Forse tre.

Vabbeh.

Quando torno nel casino il mio caro Raj sta dando spettacolo: il tavolo ora segna riservato, mentre lui sigaro in bocca e due fiche da spavento ai lati – questa volta hai capito bene – si gioca quindicimila dollari a mano. Accanto a me, nella folla che oramai gli si é assiepata attorno, c’é un omone dalla faccia poco sveglia che lo incoraggia, Bill si chiama, e che si becca dal suddetto moretto una mancia di mille dollari – hai letto bene – cosí, come premio simpatia. Il bastardo, penserai, ché quando un riccastro é in vena di generositá l’uomo diventa cortigiano invidioso, per non dire leccaculo. Bill non si scompone peró, accetta facendo i complimenti e mantiene la sua dignitá di ufficiale dell’aeronautica. Dice é appena tornato dall’Afghanistan, per seppellire il suo migliore amico rimasto secco da una mina. Dice i soldi andranno al figlio del disgraziato, ch’é in sedia a rotelle. Devo essere finito di nuovo in mezzo alle riprese di un qualche film, o dev’essere l’America. Le signore del pubblico illuminano gli occhi, fanno il tifo, vanno in calore come cagne, io affino il mio lessico e i mariti moralmente cornuti subiscono impotenti l’ufficializzazione della loro condizione di maschi non dominanti. Poracci.

Si fanno le due, Bill se ne va, Raj riesce miracolosamente a finire i soldi – e a non batter ciglio – io invece finisco al bar del mio hotel, a bermi un ultimo martini prima delle nanne. Mi si siede accanto una nera, é in vena di chiacchiere – che sorpresa – ma non sa recitare bene la parte e mi annoia in fretta. Quando sto per andarmene, mi chiede se deve venire a rimboccarmi le coperte, ho troppo sonno per rispondere, le sorrido e scuoto il capo – orizzontalmente. Sará alta un metro e venti, peserá duecento chili ma si sa, sono in un albergo economico. 

Cattedrali nel deserto.

Lo so, quando hai un blog dovresti prenderti l’impegno di tenerlo aggiornato, anche quando internet non é risorsa in abbondante disponibilitá. Sará piú di un mese che non mi faccio vivo, quante cose sono rimaste indietro, e come un giorno forse scoprirai, le cose all’orizzonte non sembrano poter migliorare presto. Vorrei continuare, e lo faró, ma ahimé la banda é tale per cui c’é poco da fare, non potró farti avere che parole, le mie magnifiche foto troppo difficili da caricare. Un vero peccato. Cheddire, accontentati.

La statua della libertá? Il Grand Canyon? La Route 66? I cowboys? Quale simbolo incarnante gli Stati Uniti dell’America, Wall Street? Il topo Gigio? Miami Vice? Macché, la risposta esatta é… Las Vegas, la famigerata cittá del peccato – entro i limiti di una legalitá mangiasoldi. Camminando sotto un sole da quaranta gradi si apre alla Miotsu-visione il paesaggio piú fiabesco visto finora in mesi di peregrinazioni intercontinentali. Allibente si innalza il monumento alla ricchezza nelle mani sbagliate, quel volgare dispiego di grandezza che solletica gli occhi e spalanca le aperture orali. Potessi permettermelo, ci manderei i miei in vacanza, ché dopo Vegas hai visto tutto in un colpo solo e puoi smettere di viaggiare. E con la decadenza dell’impero americano, come la mettiamo? Non preoccuparti, c’é pure quella, ti basta andare un po’ piú in lá, fino ai mostri di neon del Circus e del Riviera, i decaduti, i Lidl dei casino, per sentirti all’autoscontro dei fratelli Casagrande.

E poi c’é il gioco, il buttare i soldi nel cesso che tanto piace agli americani e ai rappresentanti della loro sana finanza. Come resistere d’altronde all’opportunitá del facile guadagno, eh? Che faccio: rosso o nero? Una decina di dollari me li dovró giocare pure io, no? Alla roulette, ch’é solo fortuna e nient’altro. Ci penso un po’, guardo la bella gente e i pezzenti macinare quei gettoni e rimanere seduti lí in silenzio, freddi e meccanici. Vorrei che quei gettoni fossero dell’autoscontro per davvero, vorrei che quegli sgabelli avessero le ruote sotto e iniziassero a portare la gente da un tavolo all’altro, a sbattere tra di loro e far scoppiare tutti a ridere, mentre i croupier cercano di ristabilire l’ordine e coriandoli volano un po’ ovunque, cosí, tanto per far coreografia. Ma non é cosí, l’é solo una fantasia, l’effetto del beverone del supermercato al sapor di cingomma, che c’ha piú calorie di un bigné ma costa meno dell’acqua minerale. I dieci dollari questa volta rimangono nel fondo cibo, cosí, perché mi fa sentire piú figo degli altri.

Kooooool!

C’é poco da scherzare qui: se a San Francisco ancora si respirava aria di Europa, Los Angeles é americana fino all’osso e vista la corporatura media degli indigeni prima di arrivare all’osso di strada ne devi fare davvero parecchia, magari su uno di quei camion che la gente usa per andare anche dietro l’angolo. Son dodici litri di benzina al chilometro, carburante che negli ultimi mesi ha quadruplicato il suo prezzo qui, ma chissenefrega, l’importante é essere fichi.

La fichezza é l’imperativo assoluto e categorico nella cittá dove mi dicono tutti vogliono diventare famosi. Sono scettico, sará la solita esagerazione, poi parlo coi casanova che percepiscono stipendio al mio ostello – perché lavorare non é una parola fica. Il biondino é o si dice un attore, ha fatto qualche pubblicitá e conosciuto un paio di tizi che non ricordo, gente di serie B comunque, come mi spiega il panzone che si occupa di effetti speciali e litiga sempre col nero, nonché fotomodello, quello alto e bello ovviamente: l’altro é un cantante. Il manager? Lui continua a fumare erba.

Passeggiando sul lungomare assisti agli infiniti sforzi per declinare la ficheria in sempre nuove caleidoscopiche forme. Lo skateboard? Roba vecchia, vuoi mettere il longboard? O il longboard col remo? O il windsurf su strada? Quanta fatica costa la fichitudine. Io? Io al massimo sapevo andare in bicicletta senza mani, e ci avevo pure un po’ di paura. Per fortuna ho addosso la tenuta da vecchiotto thailandese, non se ne vedono molte qui: un tizio superfico mi chiama dal marciapiede, mi chiede dove puó trovarne una cosí e mi rassicura: la mia camicia é molto fica.

Cominciavo a preoccuparmi.

Gli ultimi 50 metri me li sono fatti anch’io: é abbastanza per esser fichi?

Ok, forse avrei dovuto tenermi in forma in questi mesi…

E chi la prende piú.

Nel caso uno si scopra improvvisamente vecchio.

Per cosa staranno facendo la fila tutte queste signorine?

Per un concerto dei leggendari Pooh?

Per un po’ di buona vecchia Bibbia truccata?

Per gli ultimi arrivi primavera estate?

No, per del buon vecchio cazzo.

Ah, fossi anch’io uno di loro… che sconforto, devo andare a riflettere.

Potrei trovare nuova linfa nella religione delle star.

Struggermi nei ricordi del passato.

O salire in collina per godermi il panorama.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.